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Bolsena: l’area archeologica di Poggio Moscini

Fonte: Soprintendenza Archeologia del Lazio e dell’Etruria Meridionale
Direttore degli scavi: Dott. Enrico Pellegrini

getImage2In seguito ai tragici eventi del 264 a.C. che portarono alla distruzione della Volsinii etrusca (Orvieto) da parte dei romani, la parte superstite della popolazione fu costretta a trasferirsi sulle alture che sovrastano il lago di Bolsena; qui sulla sponda orientale fu fondata la nuova Volsinii.

Dopo un lungo e complesso periodo di adattamento, la città, favorita dalla realizzazione della via Cassia intorno alla metà del II sec. a.C., inizia il suo percorso di sviluppo, che si concluderà negli ultimi decenni del III sec. d.C. L’invasioni dei Visigoti (410 d.C.) e, successivamente, l’occupazione dei Longobardi tra il 570 e il 575 d.C. causarono il definitivo declino della città.

I resti monumentali della città romana sono stati riportati alla luce per lo più in età moderna, nel corso di una serie di campagne di ricerche e scavi condotti dalla Scuola Francese di Roma durante l’arco di quarant’anni (1946-1986). A partire dagli anni ’60 del secolo scorso gli scavi furono concentrati sul pianoro di Poggio Moscini, dove furono messi in luce il Foro, la Basilica, edifici pubblici e i resti di due domus: la Domus delle pitture e la Domus del Ninfeo. Divenuta di proprietà statale, l’area archeologica è oggi aperta al pubblico in forma gratuita.

getImageIl Foro fu realizzato sul pianoro di Poggio Moscini solo in età flavia. La grande piazza lastricata (circa m 71×106), era arricchita da piccoli monumenti (altari, epigrafi onorarie, statue) dei quali restano le impronte sulle lastre pavimentali superstiti. La presenza di numerose colonne di nenfro e di granito fanno ipotizzare la presenza di due edifici colonnati, ma non di porticati come era invece consuetudine.

La basilica civile, a pianta rettangolare (m 27,70×57), era suddivisa in tre navate da un colonnato e occupava tutto il lato meridionale del Foro. L’edificio fu trasformato in chiesa cristiana nel corso del IV sec. d.C. con l’aggiunta di un’abside all’estremità nord-occidentale della navata centrale.

L’area a nord-est della basilica è occupata da una serie di botteghe ed altre strutture: cisterne, vasche, canali, una latrina ed un vasto ambiente interpretato come horreum (magazzino).

Al di là del decumanus che delimita a nord l’area pubblica sul quale si sviluppa il Foro, un passaggio voltato consente di accedere, alle terrazze inferiori comprendenti botteghe, magazzini, latrine e due domus private.

La Casa delle Pitture, articolata intorno a un atrium centrale provvisto diimpluvium, fu realizzata nella prima metà del II sec. a.C., in un’area nella quale esisteva una sala sotterranea che, in base al rinvenimento di un gruppo di terrecotte a soggetto dionisiaco, è stata interpretata come tempio sotterraneo, distrutto in seguito alla repressione dei Bacchanalia, voluta dal senato romano nel 186 a.C.

La Casa del Ninfeo, si impianta, verso la fine del II sec. a.C., in prossimità di un piccolo tempio probabilmente dedicato ad un culto di tipo salutare. La ripartizione della domus si incentra sulla presenza di un grande atrio tuscanico, provvisto di impluvium e di cisterna.

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New exhibition chronicles meeting of ancient Israel and Egypt

The best known part of the Pharaoh in Canaan story — the Exodus from Egypt — is not supported by any archaeological evidence whatsoever.
HAARETZ, By Nir Hasson – Mar 02, 2016

The most provocative items in the huge archaeological exhibition opening March 4 at the Israel Museum are the ones that aren’t there. The exhibition, “Pharaoh in Canaan: The Untold Story,” is about the long relationship between the land of Israel and ancient Egypt. The hall devoted to the best known part of the story — the Exodus from Egypt — is an empty room with exactly one exhibit on display: a movie featuring co-curator and Israel Museum Egyptologist Dr. Daphna Ben-Tor, who explains that the hall is empty because there is no archaeological evidence whatsoever to support the biblical tale.

The climax of the exhibition describes the most dramatic outcome of this encounter — the invention of hieroglyphs, which many think was the first true writing system, together with pre-cuneiform Sumerian writing (both of which are believed to have emerged from ancestral proto-literate symbol systems used over 5,000 years ago).

Among the hundreds of objects on exhibit are gold jewelry, scarabs, pottery, glass and stone vessels, weapons, mirrors, game boards, tombstones, inscriptions, statues of gods and kings and more. Many of the objects were discovered in excavations in Israel and were collected by the Antiquities Authority and other museums in Israel. Some have been loaned by museums abroad for the exhibition, among them the Metropolitan Museum of Art in New York, the Kunsthistorisches Museum in Vienna and the Egyptian Museum in Turin.

One of the most interesting finds in the exhibition is a fragment of a sphinx statue that was found at Tel Hatzor: the paws of the lion. According to the inscription between them, the statue was produced in Egypt during the Early Kingdom period — that is, about 1,000 years before Egypt conquered Canaan. Researchers believe that the granite statue was sent from Egypt as a gift to the governor of Hatzor. At the time it was sent, 3,500 years ago, it was already an antiquity, about 1,000 years old.

Meeting the gods

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The turning point in this encounter between cultures — the rich and mighty empire from the Nile Delta and the provincial Canaanite states — occurred around 1,500 B.C.E. At that time Pharaoh Thutmose III won a battle at Megiddo against a coalition of Canaanite armies and adjoined the land to the territories of the Egyptian empire. A number of items in the exhibition have inscriptions in Egyptian hieroglyphics that show the Canaanite as a man kneeling with his hands tied behind his back. In other words, in the Egyptian language, Canaanite meant a captive or an enemy who has surrendered, and the symbols for Canaan meant “the foreign country.”

The most interesting crossover was that of gods. Ba’al, Ashtoreth, Anath and Reshef, all of them local gods from Canaan, found their way into the Egyptian pantheon.

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